Quanto funziona la pubblicità con gli influencer?

Meno di quanto si creda, secondo il Wall Street Journal, anche perché gli utenti iniziano a stancarsi: ma non è detto che le altre forme di pubblicità funzionino meglio

Tra le conseguenze del successo che ha avuto Instagram negli ultimi anni – un social network che ha oltre un miliardo di utenti mensili – c’è un notevole proliferare dei cosiddetti influencer, persone che sfruttano la loro popolarità sui social per influenzare comportamenti e acquisti di chi li segue. In questi anni tantissime aziende di ogni tipo hanno pagato gli influencer per farsi pubblicità in un modo considerato più al passo con i tempi ed efficace rispetto a molti altri. Ma iniziano a esserci dubbi sull’effettiva efficacia di questa pratica, almeno in certi casi e contesti. Come ha scritto il Wall Street Journal, «gli influencer ci dicono cosa comprare, ma chi li paga si sta chiedendo chi li ascolti».

Di influencer si parla molto da anni, ma continua a essere un fenomeno interessante, visto che anche solo restando in Italia si trovano molti profili di persone magari sconosciute al grande pubblico che però hanno centinaia di migliaia, a volte persino milioni, di follower. Ci sono influencer relativamente piccoli – generalmente noti come nanoinfluencer, con meno di 10mila follower – e ci sono quelli con milioni di follower come Chiara Ferragni o Kyle Jenner. In mezzo c’è di tutto: chi è famoso quasi solo su internet, praticamente solo per il fatto stesso di essere un influencer, e chi ha una professione ben definita – il cantante, il musicista, l’imprenditore – ma che è anche influencer. Non ci sono dati certi su quanto valga il mercato della pubblicità fatta attraverso gli influencer, ma il Wall Street Journal cita dati dell’agenzia di marketing Mediakix che stimano per il 2019 un valore globale compreso tra i 4 e gli 8 miliardi di euro. Si va dalle poche centinaia di euro che un nanoinfluencer può chiedere per un post sponsorizzato ai più di 100mila euro che possono chiedere gli influencer più noti.

La pubblicità tramite influencer è solo una parte relativamente piccola degli oltre 600 miliardi di euro che, secondo l’agenzia Zenith, le aziende di tutto il mondo spenderanno quest’anno in pubblicità di ogni tipo. Ma è comunque una parte importante, che negli ultimi due anni è cresciuta del 50 per cento all’anno.

Sono numeri che fanno pensare che il mercato degli influencer sia tutto tranne che in crisi. Eppure il Wall Street Journal ha scritto che sebbene anche quest’anno «le aziende investiranno miliardi di dollari negli influencer che promuoveranno i loro prodotti online», «non ci sono modi per misurare le vendite conseguenti, o anche solo per verificare quante persone vedano effettivamente i contenuti sponsorizzati». La tesi del Wall Street Journal è che questi soldi siano spesi male, ma nel valutarla bisogna tenere in considerazione che l’argomento sui dati è applicabile anche alle altre forme di pubblicità (anzi: le statistiche fornite dai social network permettono teoricamente di avere dati più precisi sul pubblico di un post rispetto a un cartellone pubblicitario o uno spot televisivo) e che la stampa tradizionale tende a essere particolarmente critica nei confronti del fenomeno degli influencer, visto che ha contribuito a sottrarle rilevanza e ricavi.

Secondo il Wall Street Journal, i problemi principali della pubblicità attraverso gli influencer sono due: la scarsa attendibilità di certi numeri di Instagram e quella che sembra essere una sempre maggiore diffidenza degli utenti nei confronti degli influencer e di certi loro contenuti.

Per quanto riguarda la scarsa attendibilità dei numeri, il problema è noto. Su Instagram, così come molti altri social network, è possibile – sebbene sia contro le regole – comprare follower o “mi piace” per gonfiare i propri numeri (il metodo principale attraverso cui gli influencer possono dare valore, parlando con le aziende, alle loro attività). Su Instagram mille follower possono essere comprati per poche decine di euro e in certi casi si possono comprare account che garantiscono anche un certo numero di “mi piace” o interazioni con il profilo che li ha comprati. Il Wall Street Journal scrive, citando una stima fatta da Roberto Cavazos, professore di statistica dell’Università di Baltimora, che «nel 2019 i raggiri degli influencer costeranno 1,3 miliardi di dollari a chi fa pubblicità con loro».

In certi casi però ci sono dei numeri affidabili: per esempio quando un influencer molto grande promuove un unico prodotto a suo nome, o quando esistono link tracciabili che permettono di quantificare quanti utenti sono arrivati a un sito grazie a un certo influencer. Di solito però i dati vengono comunicati all’azienda direttamente dall’influencer, spesso senza la verifica di parti terze.

Il secondo problema evidenziato dal Wall Street Journal riguarda il diminuito interesse che gli utenti sembrano mostrare verso i contenuti sponsorizzati degli influencer. Tra le cause ci sono la perdita di credibilità dovuta all’acquisto di follower da parte di alcuni, ma soprattutto una maggiore familiarità degli utenti con il funzionamento dei contenuti sponsorizzati, e una loro crescente saturazione degli spazi sui social network. Qualche anno fa era più facile rendere credibile e almeno un po’ autentica una pubblicità: oggi – con l’aumentare degli influencer e delle loro sponsorizzazioni, e con il fatto che i contenuti sponsorizzati devono essere chiaramente esplicitati – gli utenti hanno più esperienza e più strumenti per riconoscere, e magari evitare, un contenuto sponsorizzato. Anders Ankarlid, amministratore delegato del sito A Good Company, ha detto al Wall Street Journal: «I consumatori ora riconoscono se [un influencer] tiene davvero a un prodotto o se sta solo cercando di venderlo. La bolla sta iniziando a scoppiare».

A sostegno di questa tesi il Wall Street Journal cita alcuni dati raccolti da InfluencerDB, un’azienda che aiuta le aziende a collaborare con gli influencer. Secondo questi dati, tra il 2018 e il 2019 è diminuita la percentuale di follower che interagiscono (commentando o mettendo “mi piace”) con i contenuti degli influencer che seguono. Nel 2018 le interazioni con i profili che parlavano di viaggi erano dell’8 per cento (perché 8 follower su 100 interagivano con un post), e nel 2019 sono scese al 4,5 per cento. Le interazioni con i contenuti degli influencer di moda sono scese dal 5,3 al 3,5 per cento, quelle sulla cucina dal 6,7 al 3,2 per cento.

Tra le cause della diminuzione evidenziata da InfluencerDB – che non spiega però quali profili siano stati presi in considerazione – potrebbe esserci la scelta, da parte di Instagram, di nascondere ad alcuni utenti il conteggio dei “Mi piace” dai loro post (che comunque restano visibili a chi gestisce i profili). È una scelta fatta per andare incontro ai tanti utenti normali che, magari temendo di ricevere pochi “Mi piace”, finivano per pubblicare poco o niente. Ma potrebbe aver avuto un effetto negativo per gli influencer: c’è chi pensa, infatti, che fosse più probabile che certi utenti mettessero “mi piace” proprio perché l’avevano messo anche tanti altri.

Nonostante i dubbi su certi numeri, e nonostante certi numeri che mostrano una leggera flessione nell’interesse di utenti, è però presto per dire che il sistema di pubblicità attraverso gli influencer sia in crisi. Innanzitutto perché è grande e davvero vario – dal nanoinfluencer che parla a pochi utenti in genere molti affezionati di prodotti di un solo ambito, alle grandi star che fanno campagne su misura con grandi aziende – e soprattutto perché molte aziende evidentemente continuano a essere interessate alla cosa. Secondo Mediakix – che per quest’anno parlava di un giro di affari tra i 4 e gli 8 miliardi – nel 2020 le aziende spenderanno tra i 5 e i 10 miliardi per fare pubblicità attraverso gli influencer. Poi certo, le strategie pubblicitarie non sono mai statiche e si evolvono continuamente: l’azienda di abbigliamento Banana Republic, per esempio, dopo aver fatto contenuti sponsorizzati con l’influencer Olivia Palermo (6,2 milioni di follower) ha scelto di dare delle gift card da circa 150 euro a un po’ di clienti che fossero anche utenti Instagram “normali”, in cambio di una foto e una menzione sul loro profilo.

Fonte: Il post

Instagram rivoluziona la fotocamera per le Stories

Instagram annuncia un nuovo design della fotocamera e nuove funzionalità per le Stories. Questa funzione fa assomigliare sempre di più il social network a Snapchat

È periodo di innovazioni per Instagram che annuncia l’aggiornamento della fotocamera per le Stories. A fare l’annuncio è il capo di Instagram, Adam Mosseri che tramite una serie di Stories pubblicate sul suo profilo, mostra le innovazioni della fotocamera dell’applicazione.

Gli effetti e i filtri a disposizione dell’utente saranno più facili da sfogliare e la fotocamera si presenterà con un layout molto più user-friendly. Questo “nuovo” layout, però, non è una grande innovazione. Agli occhi più attenti, la nuova fotocamera ricorda molto il layout di quella in uso da tempo su Snapchat. Da quando nel 2016 Instagram ha inserito le Stories sulla piattaforma, il social network è solito trarre ispirazione da Snapchat senza nemmeno nasconderlo troppo.

Però il prodotto funziona e gli utenti sono soddisfatti delle novità proposte dalla piattaforma, compresa la scomparsa del conteggio dei like sotto le foto. Ora con l’inserimento della nuova fotocamera assieme alla dark mode e all’eliminazione della sezione “segui già”, Instagram sembra non finire le sorprese in serbo per i suoi utenti.

Arrivano anche altre nuove funzionalità per le Stories come “Crea” che permette di scrivere, disegnare, aggiungere adesivi e gif o taggare i partner brandizzati, su uno sfondo colorato. La funzione sarà utile per scrivere brevi messaggi pubblicabili nelle Stories. La nuova fotocamera e le relative funzionalità sono già attive per tutti gli utenti, Android e iOs, che hanno eseguito l’aggiornamento dell’applicazione.

Fonte: Wired.it

Pubblicità sui social: quali regole bisogna rispettare?

#adv o #suppliedby? «Non importa il tipo di hashtag, ciò che conta è essere chiari e onesti con i propri follower»

social network vivono, spesso, in una dimensione propria: dalle dinamiche relazionali ai rapporti di lavoro, è un mondo che segue logiche diverse dalla società reale. Anche i rapporti commerciali tra persone e aziende hanno sviluppato un proprio ecosistema sul web. Nel quale, però, non tutti sono limpidi: è facile nascondersi all’ombra della novità, soprattutto in Paesi come l’Italia che ci mettono un po’ a tradurre in legge le innovazioni.

Poi ci sono gli influencer, i volti della pubblicità social, che hanno fatto della correttezza il proprio mantra. È il caso di Camilla Boniardi, più conosciuta come Camihawke, che ha dedicato all’argomento molte story su Instagram. «Ma non chiamatemi influencer, preferisco definirmi una creator di contenuti d’intrattenimento». Nella videointervista a Open, Camilla ci ha chiarito alcuni aspetti della professione, parlandoci del suo lavoro e della sincerità del rapporto con i propri follower.

Un quadro generale

In Italia non esiste una normativa specifica per la pubblicità sui social network. C’è invece il rischio di essere sanzionati in caso di comportamento scorretto nel marketing social. Ad ogni modo, le linee guida generali sono quelle del Codice del Consumo, le quali vietano la divulgazione di pubblicità occulta o ingannevole. Queste valgono anche per il marketing sul web e sui social, ma mancano delle attuazioni specifiche. Facebook e Instagram si sono mossi autonomamente e hanno implementato un regolamento interno che prevede, come unica forma di esplicitazione della pubblicità, l’utilizzo dei branded content tool.

Se l’azienda con la quale si collabora ha abilitato lo strumento, l’influencer deve utilizzare il tool e, su Facebook, comparirà in alto la scritta “Pubblicizzato da”, su Instagram “In partnership con”. È essenziale ribadire che, tanto per le piattaforme quanto per la legislazione vigente, non esiste una differenza tra le collaborazioni pagate e gli scambi di prodotti come trucchi o viaggi aerei. Si tratta, in ogni caso, di una comunicazione commerciale che ha un corrispettivo valore economico, per questo è necessario che l’influencer sia chiaro e onesto.

L’Istituto di autodisciplina pubblicitario, lo Iap, ha divulgato delle proprie linee guida: sono tra quelle maggiormente adottate dalle agenzie e dagli influencer. L’ente privato raccomanda a chi fa pubblicità sui social di esplicitare verbalmente, nei video, la natura commerciale del contenuto. Come alternativa, valida anche per le foto, si può inserire una didascalia che palesi la presenza di un rapporto economico tra brand e influencer, oppure un hashtag (almeno tra i primi tre) del tipo #adv, #sponsoredby #giftedby #suppliedby et similia.

 

Fonte: Open.it

Bonus pubblicità: le domande dal 1° al 31 ottobre

La misura, a partire dal 2019, diventa permanente per tutti i beneficiari

In seguito all’approvazione del D.L. n. 59/2019 (cosiddetto decreto sport e cultura), coordinato con la legge di conversione 8 agosto 2019, n. 81, le imprese, i lavoratori autonomi e gli enti non commerciali potranno beneficiare in via permanente del bonus pubblicità nella misura del 75% del valore incrementale degli investimenti effettuati.

Caratteristiche e beneficiari del bonus pubblicità

Il bonus pubblicità, introdotto dall’articolo 57 bis del D.L. n. 50/2017, così come convertito dalla L n. 96/2017, consiste in un credito d’imposta per gli investimenti pubblicitari incrementali effettuati da imprese, lavoratori autonomi ed enti non commerciali su quotidiani, periodici ed emittenti televisive e radiofoniche a diffusione locale.

Gli investimenti pubblicitari possono essere considerati incrementali se il loro valore supera almeno dell’1 per cento gli analoghi investimenti effettuati sugli stessi mezzi di informazione nell’anno precedente. Il suddetto credito d’imposta è fissato nella misura del 75% del valore incrementale degli investimenti effettuati ed è utilizzabile solo in compensazione.

Le modalità attuative del bonus pubblicità sono state disciplinate con il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 16 maggio 2018, n. 90 e con il provvedimento del Capo del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 31 luglio 2018 è stato approvato il modello di comunicazione telematica per la fruizione del credito con le relative formalità di presentazione.

Le novità introdotte dal D.L. n. 59/2019

Il D.L. n. 59/2019 (cosiddetto decreto sport e cultura), coordinato con la legge di conversione 8 agosto 2019, n. 81, all’articolo 3 bis, ha introdotto una notevole novità rispetto agli anni precedenti visto che non si è limitato a prevedere il bonus anche per il 2019, ma ha reso permanente il bonus pubblicità anche per i prossimi anni.

In questo modo le imprese, i lavoratori autonomi e gli enti non commerciali che vogliono promuovere il proprio brand, potranno contare in modo strutturale sugli incentivi.
Il decreto crescita ha eliminato, inoltre, la possibilità, inizialmente prevista dall’articolo 57 bis del D.L. n. 50/2017, per le microimprese, le piccole e medie imprese e le start up innovative di ottenere una maggiorazione fino al 90% della somma spesa; tuttavia, tale beneficio non è mai stato utilizzato poiché per poter essere applicato era richiesta un’autorizzazione in sede europea che non è mai arrivata.

I termini entro cui presentare la domanda

Per il 2019 le domande, per ottenere il bonus, devono essere inoltrate dal 1° al 31 ottobre.

Per ottenere chiarimenti in merito alle modalità operative di presentazione della domanda, l’Agenzia delle Entrate ha messo a disposizione dei potenziali beneficiari un elenco dei principali quesiti relativi al credito di imposta su investimenti pubblicitari incrementali.

Esclusioni

I beneficiari, prima di inviare la domanda dovranno verificare di non aver superato il limite di 200 mila euro di aiuti ottenuti nell’esercizio in corso e nei 2 esercizi precedenti.

Limiti di spesa

Il bonus pubblicità deve tener conto del limite massimo complessivo delle risorse di bilancio annualmente stanziate, ovvero il cosiddetto tetto di spesa.

Il D.L. n. 59/2019 ha previsto che, a partire dagli anni successivi al 2018, per gli oneri connessi all’erogazione del bonus, si dovrà attingere alle risorse del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione.

Il tetto di spesa annuale dovrà essere fissato con un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri da emanarsi entro il 31 marzo di ogni anno.

Intelligenza artificiale, call to action e tv: come cambia la pubblicità su YouTube

Un’intelligenza artificiale sceglierà il mix di format in base al pubblico. Ci saranno bottoni per aumentare l’atterraggio sui siti aziendali e più connessione con i televisori

Fare pubblicità tramite video su Google diventa ancora più semplice grazie ai nuovi strumenti presentati da Big G alla Advertising Week di New York, evento dedicato al mondo dei media.

Finora gli spot potevano essere bumper da 6 secondi, annunci ignorabili grazie al tasto “skip” o pubblicità che non si possono saltare, secondo il gusto dell’inserzionista. Ora Google affida la scelta ai suoi software. Sarà l’algoritmo della piattaforma a scegliere, in base al video caricato, la suddivisione nei vari formati di spot pubblicitario.

Google ha testato la nuova funzionalità con Ford e ha riscontrato che l’intelligenza artificiale ha fatto risparmiare alla casa automobilistica il 20% rispetto alle precedenti campagne fatte su YouTube, selezionando in autonomia il formato adatto al pubblico di riferimento. L’Ai analizza quindi le abitudini dei vari utenti e fornisce, secondo i dati, un quantitativo di annunci suddivisi nei diversi formati nelle quantità ottimali.

TrueView for Action

In aggiunta arrivano le campagne pubblicitarie denominate TrueView for Action. Scegliendo questo tipo di campagna pubblicitaria l’azienda potrà aggiungere ai video delle vere e proprie call to action allo scopo di invogliare i clienti a conoscere meglio il prodotto o il servizio sponsorizzato.

Pubblicità su YouTube per Tv

Per permettere agli inserzionisti di sfruttare al meglio le pubblicità sul portale di YouTube, Google ha aggiornato il portale usato per accedere alla piattaforma da televisori e consolle.

Sul nuovo portale saranno disponibili gli annunci pubblicitari esattamente come sull’applicazione o sul portale web, fornendo così un ulteriore pubblico per gli inserzionisti.

Fonte: Wired.it

Facebook lancia tre nuovi formati adv interattivi

Sulla piattaforma arrivano le inserzioni video con sondaggio sul Newsfeed, gli annunci con Realtà Aumentata e le campagne giocabili

La pubblicità diventa più interattiva su Facebook. Il social network ha infatti annunciato la disponibilità di tre nuovi formati adv sulla sua piattaforma: le inserzioni video con sondaggio sul Newsfeed, gli annunci con Realtà Aumentata e le campagne giocabili.

I brand e le persone sono sempre più interconnessi – spiega Facebook in un blog post – e questo sta cambiando la pubblicità digitale: da una comunicazione push a senso unico ci si sta muovendo verso un dialogo continuativo supportato dalla creatività. Per aiutare i brand a sperimentare ulteriormente questa tendenza, oggi Facebook annuncia nuove soluzioni pubblicitarie che incoraggiano un’interazione divertente tra persone e aziende e che portano risultati concreti.

Le inserzioni video con sondaggio (video poll ads) sono state lanciate all’inizio di quest’anno sulle Storie di Instagram, ed ora arrivano anche nella sezione Notizie di Facebook per mobile, dove saranno disponibili a livello globale a partire da questo mese. I primi risultati dei test sono stati soddisfacenti: “Già dai primi risultati abbiamo riscontrato un aumento della notorietà del brand e delle conversioni. Ad esempio, in 5 studi su 9 sul brand lift, abbiamo osservato che le inserzioni con sondaggio hanno aumentato la notorietà del brand rispetto alle inserzioni video”, spiega la società.

La seconda novità sono le pubblicità con Realtà Aumentata. A tal proposito Facebook sta offrendo l’opportunità di utilizzare la tecnologia a un numero maggiore di inserzionisti e, da questo autunno, introdurrà le versioni beta aperte per le inserzioni con AR a livello globale. “Per WeMakeUp – spiega Facebook -, le inserzioni con AR su Facebook hanno consentito ai clienti di provare le ultime tonalità dei loro rossetti e, di conseguenza, il brand ha assistito a un aumento di 27,6 punti percentuali degli acquisti con un tempo medio a persona di 38 secondi trascorso a interagire con l’oggetto pubblicizzato”.

Infine, gli annunci giocabili (playable), la cui disponibilità – prima limitata ai brand di gaming – è stata ampliata a livello globale a tutti gli inserzionisti. Questo tipo di formato consente alle persone di giocare per aumentare i download e le conversazioni, e migliorare gli obiettivi del brand. Facebook cita il caso di Vans, che “ha collaborato con Creative Shop di Facebook per creare un gioco riproducibile che consente alle persone di guidare Steve Van Doren, la leggenda di Vans, giù per una montagna, raccogliendo regali lungo il percorso. Questa esperienza ha portato a un aumento di 4,4 punti percentuali del ricordo dell’inserzione e a un aumento di 2,4 punti percentuali della percezione positiva”.

Fonte: Engage.it

Video online: il consumo continua a crescere, la pubblicità pure

Secondo il forecast di Zenith, le persone trascorreranno nel 2021 mediamente 100 minuti al giorno guardando flmati in rete. Advertising in aumento del 18%

Nel 2021, secondo i dati resi pubblici oggi dell’Online Video Forecasts 2019 di Zenith, le persone trascorreranno mediamente 100 minuti al giorno guardando video online, un dato in crescita di 16 minuti rispetto agli 84 di quest’anno.

La quantità di tempo speso per la visualizzazione di video online è cresciuta rapidamente in tutto il mondo, ad un tasso medio del 32% all’anno tra il 2013 e il 2018, grazie a diversi fattori: il miglioramento delle dimensioni degli schermi e della qualità dei dispositivi mobile, le connessioni dati sempre più veloci e la diffusione delle televisioni digitali.

“La visualizzazione dei video online sta crescendo rapidamente e nei prossimi anni le persone,  per questo tipo di fruizione, trascorreranno la metà del tempo speso nel 2019 con la televisione tradizionale”, spiega Jonathan Barnard, Head of Forecasting di Zenith. “Il rapido ampliamento di pubblico sta aumentando la domanda degli inserzionisti, rendendo così il video online il canale digitale con la crescita più veloce degli investimenti pubblicitari“.

La spesa pubblicitaria per l’online video salirà così dai 45 miliardi di dollari di quest’anno a 61 miliardi di dollari entro il 2021, con un tasso medio di crescita del 18% all’anno rispetto all’aumento annuo del 10% previsto per la pubblicità digitale nel suo insieme. Nello stesso periodo la televisione passerà dai 183 miliardi del 2019 ai 180 miliari del 2012. Allora, la pubblicità raccolta con i video online sarà pari a circa un terzo dell’advertising televisivo, mentre oggi vale il 25%.

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Jonathan Barnard

“La diffusione dei video online ha aumentato la quantità di tempo che i consumatori trascorrono guardando contenuti audiovisivi e sta amplificando la capacità degli inserzionisti di raggiungere i consumatori con messaggi di forte impatto”, aggiunge Matt James, Global Brand President di Zenith. “L’aumento di formati pubblicitari per digital tv contribuirà nei prossimi anni alla crescita di questo formato e riporterà l’attenzione del mercato sulla pubblicità televisiva”.

I dati del mercato italiano

In Italia l’online video conquista 36,3 milioni di utenti unici al mese, raggiungendo il 61% della popolazione totale e l’86% degli internet user. La sua audience continua a crescere spinta dalla visualizzazione sui dispositivi mobile che ha rappresentato il 71% della viewing nel 2018.

I dati Audiweb mostrano che la visione dei video online è concentrata in due fasce: 18-34 e 35-54 anni e che i fruitori da desktop sono in prevalenza uomini mentre il mobile è preferito dall’universo femminile. La piattaforma e l’orario sono le due variabili che influenzano la visualizzazione degli utenti: gli short video sono infatti più apprezzati sui social media durante il giorno, mentre i long video vengono generalmente visualizzati su piattaforme specializzate soprattutto la sera.

YouTube è la piattaforma video preferita dagli italiani, seguita da Netflix, Mediaset Play, Vimeo e La Repubblica TV. Quest’ultimo è un canale video incorporato in un sito di notizie e il suo apprezzamento dimostra come i fruitori di contenuti online preferiscano alternare testi e video. Nel 2018 Dazn è entrata nel mercato italiano lanciando un tipo di contenuto, lo sport premium, che non era precedentemente disponibile online e ha cosi ampliato l’offerta complessiva.

I broadcaster, per soddisfare le esigenze degli utenti, stanno cercando di migliorare l’offerta redendo disponibili su smart tv e dispositivi mobili i contenuti trasmessi in chiaro.  Con questa strategia i broadcaster televisivi vorrebbero creare una continuità della visione su tutti gli schermi, rendendo disponibile la funzione download and play su mobile.

La televisione sta diventando sempre più addressable e questo permette la diffusione di messaggi diversi a persone che stanno guardando lo stesso programma televisivo, in base al profilo dell’utente. Gli investimenti nell’addressable tv hanno già raggiunto il 2,5% della spesa pubblicitaria televisiva totale e dovrebbero arrivare al 4% nel 2021. 

Nel 2019 la video viewability sta diminuendo in Italia, sebbene i dati siano superiori alla media europea: 67% rispetto al 54%.  Nell’ultimo periodo l’industry sta intensificando l’attività intorno a temi importanti come la brand safety e l’ad fraud proprio perché i brand hanno aumentato gli investimenti nel programmatic, dove questi problemi sono più frequenti. Proprio per questo alcuni player in Italia, attraverso la tecnologia blockchain, stanno sviluppando applicazioni per rendere più trasparente il programmatic trading.

Nel prossimo futuro è probabile che YouTube e Facebook rimarranno le principali piattaforme per la video advertising. Quando i brand diventeranno però più sensibili ai problemi legati alla brand safety saranno necessarie inventory premium e attività online misurabili per garantire la trasparenza. Un formato in crescita è il video mobile che continuerà ad avere successo grazie alla qualità sempre più performante, come si è verificato per la diffusione del video verticale. La durata dei contenuti sarà legata alla piattaforma utilizzata per la fruizione e i media owners stanno infatti iniziando a vivere esperienze sempre più vicine alle richieste dell’utente: per esempio YouTube ha deciso di non utilizzare più pre-roll non-skippable, ad eccezione del 6″. Il crescente utilizzo di influencer per comunicare le caratteristiche di prodotto con un linguaggio sempre più vicino e in linea con le aspettative degli utenti darà quindi un forte impulso ai contenuti video user generated. 

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Andrea Di Fonzo

“Il trend del video non è nuovo, viviamo una conferma”, commenta Andrea Di Fonzo, Ceo Zenith Italy. “L’elemento nuovo è portato dal consolidamento dei nuovi player, Netflix e Amazon Prime Tv su tutti, che hanno giocato da acceleratori. Anche i broadcaster si stanno spingendo in maniera convinta al non-lineare, penso a Mediaset Play, RaiPlay e DPlay per citarne alcuni. E l’addressabletv è diventata una presenza costante nelle attività di comunicazione sfruttando dati e potenzialità superiori. Il tutto aspettando la svolta del 2022 con lo switch tv”.

Fonte: Engage.it

Quanto tempo passiamo sui social?

Quanto tempo spendiamo sui social media? Si può dire che questa è una delle questioni storiche del nostro tempo, c’è sempre un grande interesse intorno all’argomento. Perché ce ne accorgiamo da soli, guardando le nostre abitudini: passiamo una buona quantità del nostro tempo sui social media. Ma quanto? Stiamo veramente diventando dipendenti da queste piattaforme?

Addirittura si parla di modifiche al corpo. Secondo Maple Holistics, che si occupa di benessere, saremo simili a esseri curvi. Con occhi piccoli e mani a uncino. Proprio perché siamo vittime di un processo di trasformazione causato da un uso eccessivo smodato dello smartphone. E dei social media. Ma i dati sono veramente così allarmanti? Ecco i numeri di famemass.com.

Quanto tempo spendiamo sui social media

La risposta arriva nell’ultima sezione dell’infografica ma la anticipo subito: in una prospettiva mondiale, le persone passano 2 ore e 23 minuti sui social media. Troppo? Poco? Ti ritrovi in questa tempistica? Di solito in questi casi ognuno prende come riferimento le proprie abitudini, ma prima di entrare nel merito della questione bisogna valutare un punto decisivo.

Vale a dire l’evoluzione di questa cifra. Nel 2012 siamo a 1 ora e 30 minuti, mentre nel 2015 a circa 20 secondi in più. Dopo questa data l’impennata è più evidente e ogni anno si è avuto un aumento di quasi 10 secondi. Ovviamente le tendenze sono soggette comunque a rallentamenti, comunque il trend è in salita. Il motivo? Forse la risposta si trova nel prossimo paragrafo.

La connessione via smartphone è centrale

Bisogna valutare qual è il tempo reale che rimaniamo connessi. Secondo questa ricerca, relativa agli Stati Uniti, gli trascorrono in media 11 ore e 27 minuti al giorno connessi a un dispositivo.

Quattro anni fa, invece? Erano 9 ore e 39 minuti. I media digitali sono sempre più presenti nella nostra vita quotidiana anche a causa della diffusione dello smartphone e, soprattutto, della sua evoluzione: sempre più coercitivi, veloci, capaci di soddisfare esigenze specifiche. Sempre diverse.

Quanto tempo spendiamo sui social media?

Quanto tempo spendiamo sui social media?

Non a caso l’uso quotidiano dello smartphone è aumentato da 1 ora e 2 minuti nel 2015 a 3 ore e 1 minuto nel 2019. Questa impennata ha avuto, ovviamente, delle conseguenze nei confronti degli altri media. Osservando la grafica, possiamo vedere che l’uso dello smartphone ha rosicchiato tempo alla TV che è passata da 5 ore a 7 minuti nel 2015 a 4 ore e 27 minuti nel 2019.

Chi passa più tempo sui social media?

Chiaro, non c’è un’unica categoria di persone a usare questi servizi. E ci sono abitudini differenti da prendere in considerazione per poter dare un’immagine chiara della situazione che stiamo vivendo. Allora, quale fascia d’età usa i social media con maggior frequenza e per più tempo al giorno? La risposta non è del tutto inaspettata: i soggetti compresi dai 18 ai 34 anni vincono tutto.

Infatti trascorrono ben 3 ore e 31 minuti su queste realtà. Tutto il resto si assesta più o meno sull’ora e venti minuti, tranne alcune categorie che rasentano i 30 secondi (tipo i tablet).

La generazione successiva, quella dai 35 ai 49 anni, si caratterizza per un doppio primo posto: smartphone e Tv, un equilibrio che si assesta sull’ora e mezza tagliando fuori tutto il resto. Solo la radio recupera qualche minuto. Poi c’è la mezza età, dai 50 ai 64 anni: qui vince la televisione con ben 5 ore e 50 minuti, un segnale condiviso con chi va oltre questa soglia d’età.

In quest’ultimo caso l’attenzione per la televisione cresce e si polarizza: 7 ore al giorno. Il resto è poca cosa. Compreso l’uso dello smartphone che comunque è il secondo media più usato.

Quanto tempo trascorri sui social?

Questa è la seconda domanda: qual è il tuo comportamento su queste piattaforme? Molti possono sostenere che i minuti diventano ore a causa del lavoro che si svolge. Un social media manager deve passare molto tempo su FacebookTwitterInstagram e altre realtà. Ma per aspetti puramente ludici e personali, invece, qual è la tua abitudine quotidiana? Come usi i social?

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Fonte: Studiosamo.it

Anche Facebook pensa a nascondere i Like. Ma è un’illusione: i ‘Mi piace’ finiscono sotto al tappeto

Dopo i test di Instagram anche la piattaforma principale di Menlo Park potrebbe testare l’oscuramento del numero degli apprezzamenti, che rimarrebbe comunque visibile all’autore di un post. Perché è una falsa rivoluzione che gioca con la nostra psicologia 
DOPO i test di Instagramlanciati in alcuni Paesi a partire dal Canada e da luglio anche in Italia, pure Facebook ci starebbe pensando. A cosa? A nascondere il conteggio dei Like, il numero dei Mi piace sotto a ogni contenuto pubblicato in bacheca: testi, foto, video o altro. Sparirebbe la classica formula “Pippo e altri 54” di fianco alle reazioni possibili – come noto, da tre anni al pollicione si sono aggiunte altre faccette che esprimono rabbia, stupore, amore e così via – per lasciare qualcosa tipo “Piace a Pippo e ad altre persone”. Una formula generica, come accade ai piccoli test sull’applicazione gemella, che nell’ottica di Menlo Park dovrebbe disinnescare competizioni e invidie a suon di Like, spingere gli utenti meno attivi a non temere il confronto e a pubblicare comunque contenuti che potrebbero non incassare chissà quale gradimento da influencer. Ma che magari hanno senso di esistere per la loro espressività e creatività (oltre che per il tornaconto della piattaforma, sempre concentrata a sgonfiare il pubblico degli osservatori silenti). Per cercare di rendere i social, recuperando le parole di qualche tempo fa riferite a Instagram, “un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimere se stessi. Ciò significa aiutare le persone a porre l’attenzione su foto e video condivisi e non su quanti Like ricevono
L’attenta ricercatrice Jane Manchun Wong ha infatti individuato, nel codice dell’app di Facebook per Android, una serie di istruzioni utili a mettere in atto, volendo, questa piccola rivoluzione. Il sito TechCrunch ha poi chiesto conferma al colosso californiano, che in effetti ha spiegato di aver avviato dei test anche se non direttamente sugli utenti. Insomma, solo a livello di progettazione dell’app. Proprio come su Instagram, anche su Facebook l’unico a poter ancora visualizzare il numero preciso delle reaction incassate sarebbe l’autore del post. A livello pubblico rimarrebbe tuttavia disponibile l’elenco degli utenti che hanno cliccato una qualche faccina, dal quale a dire il vero non sarebbe complicato capire se un contenuto abbia avuto o meno successo: basterebbe scrollare la lista.  
Così, invece di introdurre l’unica, vera rivoluzione che cambierebbe nel profondo la grammatica del social network – l’agognato e più volte richiesto pulsante Dislike o Non mi piace  –  Facebook tenta una complicata operazione ingegneristica di maquillage sociale. Far credere di aver eliminato il Like ma, di fatto, buttarlo sotto il tappeto. Alla piattaforma il bottone serve come l’aria perché, sebbene esistano decine di altre metriche e parametri, il Mi piace è la pietra angolare delle strategie con cui il sito ci sottopone la pubblicità. Pubblicità da cui ricava pressoché la totalità dei suoi guadagni. Senza sapere cosa ci piaccia, e senza che glielo diciamo noi disseminando i nostri apprezzamenti sulla piattaforma, Facebook dovrebbe davvero ripartire da zero. E anche se il numero totale dei Mi piace dovesse essere davvero nascosto sotto ai post di tutti gli utenti, non sparirebbe affatto: rimarrebbe lì, in un nuovo esperimento psicologico che dal punto di vista del modello di business dell’azienda non cambia una virgola. Quei dati non sarebbero più visibili all’audience ma resterebbero a disposizione non solo dell’autore ma anche del social.
La storia del pollicione è infatti piuttosto articolata e si lega a doppia mandata alle strategie di marketing degli anni Novanta nate nel mondo dell’advertising tradizionale. La “Like economy” di cui avevano parlato Carolin Gerlitz e Anne Helmond in un libro del 2013 e che Facebook ha costruito nel tempo è infatti radicata nel campo di studio sul piacere nell’ambito del marketing, inaugurato a sua volta ben prima dell’espansione del web per come l’abbiamo conosciuto in questi ultimi dieci anni.
Gli sviluppi dell’ultimo decennio confermano queste radici profonde: l’invenzione del tasto “Like” non si deve infatti a Facebook ma a FriendFeedun aggregatore che nacque nel 2007, tre anni dopo il social blu. Un paio di anni più tardi, nel 2009, venne acquistato da Mark Zuckerberg dopo l’acquisizione continuò a funzionare per sei anni senza alcun aggiornamento, fino alla definitiva chiusura nel 2015. La missione che doveva svolgere, infatti, era stata esaudita: a Facebook occorreva fondamentalmente una serie di tecnologie e invenzioni che erano state lanciate proprio su FriendFeed. Una di queste, oltre agli aggiornamenti in tempo reale della pagina, era proprio il bottone Like. Dopo un breve periodo di preparazione, il 9 febbraio 2009 – appena dieci anni fa a pensarci bene – il pulsante avrebbe infine esordito su Facebook. Autore del trasloco fu Justin Rosenstein, allora 26enne con un’esperienza da Google alle spalle che qualche anno dopo avrebbe fortemente presto le distanze dalle logiche sottese al Mi piace: nell’ottobre di due anni fa ha infatti rinunciato a usare il social in cui aveva lavorato, spiegando che “il tasto ‘Mi piacè di Facebook è una fonte di pseudopiacere. Tutti sono distratti, sempre”.
Spesso, nella percezione falsamente intimistica della bacheca, tendiamo a considerare il Mi piace come un affare fra noi e l’autore del post. Sono io che lo clicco, sarà lui che ci bada. Ed è su questa visione ristretta, giusta ma limitata, che i test di questo periodo condotti dal gigante intendono portarci. Tentando di avvalorare l’equazione per cui se non si vede più il numero dei Like di fatto è come se il Mi piace fosse sparito. Purtroppo non è (solo) così: il Mi piace è in realtà il primo e più importante sassolino che distribuiamo sulla piattaforma. Prova ne sia il fatto che, semplicemente accedendo alle Impostazioni, siamo in grado di ripercorrere all’indietro tutte le nostre azioni sul sito accedendo al “Registro attività”. Dove si ritrovano appunto anche i Like sparpagliati da sempre: una ragnatela di apprezzamenti. Volendo, pochi lo sanno, possiamo rimuoverli anche dopo molto tempo. O ancora, si pensa di frequente che i Mi piace siano del tutto gratuiti. Questo non è del tutto vero. Al netto delle agenzie specializzate che spesso navigano sul filo della legalità, i Like (per una o più Pagine che si curino) si possono acquistare tramite campagne pubblicitarie che chiunque può impostare attraverso la piattaforma dedicata del social. 
Insomma, il Like è per antonomasia la chiave della datificazione delle nostre vite e pensare che Facebook vi possa rinunciare con tanta facilità è un’illusione. Piuttosto, le sperimentazioni di questi mesi ci raccontano di un tentativo parecchio più scivoloso: nascondere il numero totale dei Like, per disinnescare le accuse di alimentare la dittatura dell’ottimismo o chissà quali altre depressioni e frustrazioni, non significa infatti eliminarli dal proprio Dna. Tutto il contrario: vuol dire invece riconoscere, e ammettere, la centralità di quell’elemento. Tanto da buttarlo sotto il tappeto.
Più coraggioso sarebbe affiancare finalmente al Mi piace un pulsante esattamente simmetrico, che faccia la stessa cosa e conceda al pubblico un potere espressivo uguale e contrario a quello del pollicione: il Non mi piace. Un passo ulteriore sarebbe tenere in considerazione l’equilibrio fra i due tipi di reazione ai post per stabilire la gerarchia attraverso la quale i contenuti vengono mostrati sulla bacheca degli utenti. Si pensi a un contenuto xenofobo o di odio del quale si mettono sempre in evidenza, con tono scandalizzato, le “migliaia di Like che ha ricevuto”: ma quanti sarebbero i Dislike, se fosse possibile cliccare un esplicito Non mi piace?

Amazon punta anche sullo streaming tv gratis, supportato dalla pubblicità

Amazon aumenta costantemente gli investimenti in IMDb TV, il suo servizio di streaming per film e programmi televisivi on demand supportato da pubblicità, poiché i consumatori lasciano intendere che ci spazio per servizi di streaming tv a pagamento senza pubblicità

Amazon sta aumentando costantemente gli investimenti in IMDb TV, il suo servizio di streaming per film e programmi televisivi on demand supportato da pubblicità, poiché i consumatori lasciano intendere che ci sia spazio per servizi di streaming tv a pagamento senza pubblicità. Secondo alcune fonti vicine alle questione, negli ultimi mesi Amazon  ha chiesto ai fornitori di contenuti licenze più esclusive per film e programmi TV da destinare a IMDb TV. Inoltre, ha contattato Vice Media per discutere di un accordo con IMDb TV che prevede l’inclusione di Vice News Tonight,il programma vincitore di un Emmy che in mezz’ora riporta le notizie del giorno, cancellato da HBO all’inizio di quest’anno.

La società ha anche iniziato a offrire una tariffa di licenza anticipata per un certo tipo di esclusività, superando il focus iniziale di IMDb TV sulla condivisione delle entrate pubblicitarie a titolo di risarcimento, affermano le stesse fonti. Per alcuni proprietari di contenuti le commissioni anticipate sono più interessanti perché garantiscono un pagamento fisso. Sono disponibili anche le pure ripartizioni dei ricavi e le offerte ibride che combinano una commissione con la ripartizione dei ricavi.

In aggiunta, fonti dichiarano che Amazon  stia valutando di creare canali lineari all’interno di IMDb TV. Questi canali “sempre in onda”, simili a quelli televisivi, potrebbero focalizzarsi su generi come i polizieschi e lifestyle, oppure essere dedicati a specifici media esterni. Amazon  sta consultando vari studi, programmatori televisivi e altri produttori di contenuti riguardo allo stoccaggio di canali con contenuti o alla fornitura di interi canali propri. I concorrenti di IMDb, TV Roku Channel e Pluto TV, offrono già tali feed lineari.

L’urgenza di ricorrere a ulteriori servizi di streaming supportati dalla pubblicità arriva nel momento in cui l’opzione a pagamento trova sempre più concorrenti. I servizi privi di pubblicità ormai consolidati, come Netflix , Hulu (che ha anche un livello supportato da pubblicità) e Amazon  Prime Video, dovranno misurarsi con la Disney+ della Wall Disney e HBO Max di WarnerMedia, entrambi in arrivo. «La rapida crescita di servizi di video streaming sovvenzionati da annunci gratuiti ha preso il settore alla sprovvista, dato che ce n’era già una gran quantità,» ha commentato Alan Wolk, cofondatore della società di consulenza mediatica TVRev. «Credo che le persone li guardino come ripiego o per avere la TV in sottofondo, spesso come qualcosa da avere acceso mentre stanno facendo altro. »

Amazon ha introdotto IMDb TV in gennaio partendo da un app gratuita, all’inizio chiamata IMDb Freedive. Alcune fonti vicine alla società sostengono che sia nata all’interno dell’organizzazione pubblicitaria di Amazon , la quale è separata dalla sua divisione Prime Video. Amazon  non ha rivelato quanti siano gli spettatori di IMDb TV. Altri servizi concorrenti come Pluto TV e Tubi affermano di avere rispettivamente 18 e 20 milioni di spettatori al mese, ma tali numeri non sono stati verificati da esterni. A giugno, Amazon  ha dichiarato che IMDb TV era una delle app ad-supported in cima alla lista sulla sua piattaforma streaming Fire TV.

A giugno, Amazon  ha reso nota la sua intenzione di triplicare la selezione di film e programmi TV, includendo l’aggiunta di film vincitori di premi come La La Lande Drive (Fonti vicine alla questione affermano che La La Landabbia ottenuto una licenza come ad-supported streaming exclusive).
IMDb TV offre un numero ristretto di brevi video originali e presenterà in anteprima la sua prima breve serie, You’re Not a Monster, in autunno. Inoltre, le stesse fonti dichiarano che la società è aperta anche programmi originali più lunghi.

Amazon ha allargato il suo staff per IMDb TV nominando l’executive di lunga data di Amazon  e Prime Video Mark Eamer in qualità di presidente di IMDb TV in marzo. Ha inoltre assunto Eric Ratchman, un ex TV executive di ESPN e Univision in qualità di responsabile della IMDb TV e sta facendo altre assunzioni nella distribuzione, prodotto e altri dipartimenti.

Fonte: Milanofinanza.it /The Wall Street Journal